Tyler Mitchell

Book Review Tyler Mitchell: Vorrei che fosse vero

© Tyler Mitchell

Aperture presenta "Wish This Was Real", la prima rassegna completa dell'opera di Tyler Mitchell, uno sguardo a una delle voci giovani più celebrate della fotografia contemporanea.


─── di Josh Bright, 22 gennaio 2026

Forse nessun altro fotografo della sua generazione ha vissuto un'ascesa così fulminea come quella di Mitchell. Nato ad Atlanta e ora attivo tra New York, l'Europa e l'Africa occidentale, è diventato il più giovane fotografo a scattare una Vogue copertina (con Beyoncé) nel 2018.

"Antenati", 2021


Da allora, ha sviluppato una pratica che è sia creativa che emotivamente risonante, creando immagini soffuse di luce e movimento, sogni di paradiso e gioia che si dispiegano contro di luistories che sono spesso invisibili, eppure palpabilmente presenti. La fotografia, nelle sue mani, è raramente una semplice trascrizione della realtà.

Ogni inquadratura è una costruzione ponderata, una stratificazione di soggetto, luogo e luce che trasforma il familiare in qualcosa di utopico e intimo al tempo stesso. Che si tratti di ritratti di amici, collaboratori o sconosciuti, o di tableaux allestiti che fondono forma scultorea e tessuto, l'opera di Mitchell si oppone all'idea di osservazione passiva. Lo spettatore è invitato non solo a guardare, ma a sentire, ad abitare il mondo che ha immaginato.

"Shine", 2024


Indipendentemente dalla persona davanti al suo obiettivo, la rende con una sensibilità inconfondibile: corpi immersi nel sole, circondati dal cielo aperto o avvolti in tessuti, i loro gesti gentili, quasi contemplativi. C'è un'intimità qui che resiste allo spettacolo, un invito a un momento di agio, di vulnerabilità, di autocontrollo. Nel mondo di Mitchell, a ogni persona viene concessa la stessa grazia, la stessa quieta dignità, lo stesso spazio luminoso per essere semplicemente.

"Chiamata alla ribalta", 2018
"Nuovi Orizzonti II", 2022


Al centro della pratica di Mitchell c'è la sua padronanza pittorica del colore. Sature ma morbide, le sue tavolozze sembrano più atmosfere che documentazione, tonalità che respirano, che avvolgono i soggetti con un calore quasi tattile. Queste scelte cromatiche non sono mai arbitrarie; suggeriscono un'ampia gamma di riferimenti visivi, dalla sensibilità utopica della prima fotografia a colori americana all'iconografia della cultura vernacolare dei neri del Sud, dagli studi di ritrattistica caraibici all'equilibrio cinematografico che ricorda registe come Julie Dash. Eppure, il linguaggio visivo di Mitchell rimane distintamente suo.

"Quadro dell'isola di Cumberland", 2024


Le immagini di Mitchell richiamano anche la ricca tradizione della ritrattistica in studio dell'Africa occidentale, in particolare l'eleganza messa in scena di maestri maliani come Seydou Keïta e Malick Sidibé. Sebbene le sue ambientazioni siano spesso all'aperto piuttosto che in studio, l'influenza è evidente nell'uso di tessuti a fantasia, nelle pose scultoree e nella delicata performatività dei soggetti ritratti. Questi riferimenti non sono semplici citazioni stilistiche; fanno parte di un dialogo più ampio con una tradizione visiva che ha celebrato l'auto-moda dei neri molto prima che entrasse a far parte del canone occidentale. Mitchell estende questa eredità al XXI secolo, collocando i suoi soggetti – amici, modelle, personaggi pubblici – in spazi di bellezza e azione.

Senza titolo ("Passi rossi"), 2016


Una panoramica completa della sua giovane ma prolifica carriera fino ad oggi, il libro, curato da Mitchell, spazia tra ritratti, paesaggi e lavori sperimentali provenienti da luoghi diversi, dagli Stati Uniti all'Europa e all'Africa occidentale. Qui, la "blackness" è resa con un'ampiezza rara in fotografia, senza vincoli di stereotipi né confinata alla documentazione. Eppure, l'opera non è mai meramente celebrativa. Le immagini di Mitchell riconoscono il peso della storia, dell'eredità culturale, pur insistendo sul diritto di immaginare diversamente, chiedendoci di riflettere su come potrebbe apparire un archivio fotografico di gioia, libertà e possibilità.

"Crisalide", 2022


Forse l'aspetto più avvincente di Vorrei che fosse vero è la sua insistenza sull'immaginazione come mezzo di sopravvivenza. La fotografia, per Mitchell, non è solo un mezzo di documentazione, ma un metodo per abitare la possibilità, per dare forma a futuri che ancora non esistono. In questo senso, queste immagini, per quanto profondamente personali, risuonano ben oltre le loro cornici. Sono sia testimonianza che invito, una testimonianza di un mondo visto e di un mondo sognato.


Tutte le immagini © Tyler Mitchell, Cper gentile concessione di Gagosian

Wish This Was Real è pubblicato da Aperture ed è disponibile qui.

Centro preferenze sulla privacy
The Independent Photographer

Questo sito Web utilizza i cookie in modo da poterti offrire la migliore esperienza utente. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni come riconoscerti quando torni sul nostro sito Web o aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web ritieni più interessanti e utili.

Biscotti strettamente necessari

Cookie strettamente necessari devono essere abilitati in ogni momento in modo che possiamo salvare le tue preferenze per le impostazioni dei cookie.

3rd Cookie di terze parti

Utilizziamo cookie di terze parti, inclusi strumenti come Google Analytics e Meta Pixel, per aiutarci a capire come i visitatori interagiscono con il nostro sito web. Questi cookie possono tracciare la tua attività su altri siti web e vengono utilizzati per analisi, monitoraggio delle prestazioni e scopi pubblicitari.

Abilitare questi cookie ci aiuta a migliorare la tua esperienza e a fornirti offerte e contenuti pertinenti. Puoi disattivare l'utilizzo dei cookie in qualsiasi momento tramite le impostazioni dei cookie.